JARED, GENERO DI TRUMP: CHE SIA LUI L’ANTICRISTO?
(MB – nonostante qualche esagerazione nel titolo – almeno si spera – , un articolo pieno di informazioni vere e comprovate. Che la Botteri non vi dirà mai)
Sebirblu, 18 aprile 2017
Il Chabad Lubavitch è uno dei più grandi gruppi religiosi del giudaismo chassidico,una corrente mistica ultra-ortodossa sorta nel 1700 in Polonia. Il nome deriva da Lyubavichi, la città russa che ne funse da base per più di un secolo.
La casa madre si trova a Brooklyn (New Jork), ma è presente in tutti i paesi in cui vi sia un insediamento ebraico. I Chassidim vestono rigorosamente di nero, hanno vistosi cappelli a larghe falde e barbe lunghe ed incolte.
Ho deciso di occuparmi di tale argomento perché questa potente organizzazione è andata diffondendosi a macchia d’olio su tutto il pianeta, influenzando pesantemente governi e stati sovrani e condizionandone in modo occulto i destini per le proprie convinzioni escatologiche.
(QUI, tante foto dei “Chabad Lubavitchers” con i potenti della Terra).
Sembra incredibile, eppure come vedremo dall’interessante brano di Henry Makow,ora più che mai questo movimento “manovra” dietro le quinte e la sua forza diabolica mira a scatenare la tanto temuta Armageddon. (Cfr QUI).
Uno storico dice che i Rothschild sono dei pupazzi Chassidim.
È questo il vero volto degli Illuminati?
Esprimendosi con un eufemismo, il profeta di Lubavitch, Menachem Mendel Schneerson (1902-1994) disse che i Cabalisti ebrei domineranno il mondo dopo un’apocalisse che hanno intenzione di avviare.
Wolfgang Eggert, uno storico bavarese di 54 anni, crede che gli ebrei ortodossi chiamati appunto Chassidim vogliano scatenare un olocausto atomico per realizzare una profezia biblica.
Egli pensa che questi fanatici religiosi debbano essere smascherati. Il loro più grande gruppo, la setta Chabad Lubavitch vuole accelerare il tempo di Armageddon per facilitare l’intervento messianico.
Eggert cita le parole dell’ultimo rabbino sopra indicato, Schneerson, che dichiarò:
“Il mondo si aspetta che noi adempiamo il nostro ruolo nel preparare l’avvento del Messia sulla Terra.”
Tutta la storia umana contemporanea è imperniata sul messianismo ebraico-satanico(ossia i Chassidim); sono loro che l’hanno “costruita”. Storia e politica si intrecciano in una grande rappresentazione, e questi ne sono i veri direttori avendo trasformato le Scritture profetiche in realtà.
Si sono impossessati della Massoneria mettendo in campo gli Illuminati (attraverso Weishaupt che ne fu il fondatore; cfr. QUI).
Hanno stretto un patto con la monarchia britannica finanziando William III per farne un Re e posizionato i reali al suo vertice. Hanno creato poi il sistema bancario moderno e la Fed (per mezzo dei Rothschild); concepito il Sionismo, le Guerre mondiali, l’Unione europea e così via…
Governano attraverso i loro pupazzi Rothschild (i cui antenati facevano parte del culto chassidico) e i Rockefeller, che sono le forze-guida dietro il Bilderberg, la Trilaterale, il CFR ecc. Ed ora, che ci troviamo alla “Fine dei tempi”, stanno cercando di fomentare la “profetizzata” Terza Guerra Mondiale.
Eggert ritiene che sia la Germania quanto Israele siano nel mirino della corrente Lubavitch: la Germania, perché i Chassidim, attenendosi al Talmud della Bibbia, la considerano un paese nemico degli ebrei, quindi meritevole di annientamento, e Israele perché dovrà bruciare affinché si attui la profezia di Armageddon.
Inoltre, essi reiterano in continuazione un’astuzia machiavellica “utilizzando” la “shoah”, il sacrificio ebraico avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, per ottenere l’approvazione del pianeta a dirigere una “Repubblica” unitaria globale, con governance a Gerusalemme, ancora una volta “profetizzata” da Jahwe” (e che molto probabilmente sarà attuata dalla nuova amministrazione americana; ndt).
I Fondamentalisti Cristiani
Mentre i “Chabad Lubavitchers” rimangono al centro della sua attenzione, il pensiero di Eggert è rivolto anche ad analizzare i cristiani evangelici come Jack Van Impe e Timothy LaHaye, i quali ritengono che la guerra corrisponda alla volontà di Dio come scritto nei libri di Ezechiele, di Daniele e nell’Apocalisse.
Il loro scenario preferito include la distruzione della Moschea al-Aqsa (con la Cupola della Roccia) e la restaurazione del Terzo Tempio al suo posto, il rapimento in cielo dei 144.000 eletti, la battaglia di Armageddon, la morte in massa degli ebrei israeliani e la Parusìa (il Ritorno di Gesù Cristo). (Cfr. QUI; ndt).
“Carismatici” impongono le mani a Trump. L’hanno fatto anche a Bergoglio.
Secondo Alison Weir, ci sono approssimativamente 3.600 istituzioni Chabad in 1000 città di 70 paesi con 200.000 aderenti. Più di un milione di persone assistono ai relativi riti giudaici almeno una volta l’anno.
Numerosi complessi universitari hanno tali centri e il sito web Chabad dichiara che centinaia di migliaia di bambini vengono condotti nei loro campi estivi.
Secondo il New York Times, Schneerson ha presieduto un impero religioso che si estende dalle strade di Brooklyn alle vie principali di Israele percependo ogni anno, dal 1990 in poi, una cifra stimata in 100 milioni di dollari in contribuzioni. Egli era convinto che gli ebrei fossero il vertice del disegno di Dio:
«La differenza generale tra ebrei e goyim (i non ebrei) è che “un israelita non è stato creato come mezzo per un altro scopo; è lui stesso lo scopo, visto che ogni creazione divina viene concepita soltanto per servire il popolo eletto.»
«Il fattore più importante di tale popolo è che non esiste per nessun’altra finalità se non quella di essere l’obiettivo predestinato da Dio.»
«Il resto dei creati (quindi i non ebrei o goyim) esistono unicamente per il bene degli ebrei.»
Quando nel 1994 Menachem Mendel Schneerson morì, ricevette la medaglia d’orodel Congresso per il suo contributo alla “moralità mondiale”. Secondo il suo pensiero, gli ebrei sono i sacerdoti, mentre le leggi “noachidi” (ossia le 7 leggi morali di Noè) sono per “le masse”. (Ved. QUI; ndt).
Eggert menziona un altro rabbino Lubavitcher: “Quando, dopo l’undici settembre, esaminiamo la catena spaventosa di eventi con occhio chassidico, vediamo che gli Stati Uniti sono stati spinti a svolgere il loro ruolo storico nell’insegnare le Sheva Mitzvos (ossia le leggi noachidi) al mondo.
I massoni si sono sempre autoproclamati «Noachidi» e ne hanno incorporato gli statuti nella loro Costituzione sin dal 1723.”
Eggert, che ha studiato scienze politiche alle Università di Berlino e di Monaco, ed è l’autore di otto libri sulla storia nascosta, è convinto che i fatti moderni siano influenzati da una congiura cabalistica per realizzare le profezie bibliche.
Egli quindi fa molta attenzione a distinguere tra i Lubavitcher ed altri chassidim chiamati “Satmar” che pensano sia un crimine “forzare la mano di Dio” e “accelerare la redenzione”.
Nondimeno, dopo la sua analisi accurata della storia contemporanea, ne ha dedotto che i “Chabad Lubavitchers” siano al comando.
“Ogni parte della storia, infatti, è collegata ad un altra, e tutte lo sono al Sionismo, all’Intelligence dello Stato, alle logge e simili. Senza la Dichiarazione Balfour, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione in Russia e nemmeno in USA durante la Prima Guerra Mondiale…
Possiamo partire da qualsiasi punto storico (anche dalla rivoluzione americana o molto più indietro, da Oliver Cromwell) e constateremo come il promotore (o il profittatore) di tutto questo sia il giudaismo cabalistico e come ogni tassello del piano sia utile ad implementare le profezie bibliche”.
Eggert cita anche il discorso di VP Max Nordau al congresso sionista del 1903 in cui predisse che ci sarebbe stata una futura guerra mondiale ed una conferenza di pace dove, con l’aiuto dell’Inghilterra, sarebbe stata creata una Palestina libera ed ebrea.(Eggert, vol. 2 “Die Israele Geheimvatikan”, pp.21-22).
Dice che i Sionisti sabotarono la Germania nella prima guerra mondiale (scioperi e sommosse) perché non era disponibile per Israele, e fa riferimento al libro ebraico “Il Momento Storico” di M. Gonzer:
“Troviamo anche Nazioni che sono lente alla distensione e che trovano difficile comprendere determinati rapporti, a meno che il Rabbi non dia loro alcuni colpi sensibili inducendole ad aprire gli occhi.” (Israels Geheimvatikan, vol. 1, p. 47).
Se osservate i personaggi dietro i conflitti dell’Ucraina e della Siria, vi troverete degli ebrei, come l’ex sotto-segretario di stato Victoria Nuland che ha portato avanti molto bene quest’agenda demenziale.” (Fine dell’articolo di Henry Makow).
Demenziale come il voltafaccia clamoroso di Donald Trump, causato da “movimenti” interni concepiti sempre dalla stessa “mente occulta” che dirige le sorti del mondo, e che trova proprio in casa sua, nei panni del genero Jared Kushner, il “manovratore” di tutte le ultime decisioni presidenziali…
Questi è nato e cresciuto a Livingstone, nel New Jersey, da una famiglia ebreo-ortodossa. I suoi genitori sono sopravvissuti all’Olocausto e sono arrivati negli Stati Uniti dalla Bielorussia nel 1949.
Il padre, Charles Kushner, si è distinto subito nel settore immobiliare e nel 1985 ha fondato il colosso “Kushner Companies” che è diventato in poco tempo un organismo multi-miliardario.
Stando ad alcune fonti non autorevoli (visto che sono delle dichiarazioni di suoi ex compagni universitari) il giovane Jared non avrebbe mai brillato negli studi.L’inchiesta del giornalista “Premio Pulitzer” Daniel Golden, invece, va ben oltre quelle che potrebbero essere semplici illazioni.
Secondo lui, Jared Kushner è stato accettato ad Harvard solo dopo una generosa donazione da parte del padre all’università (si parla di 2,5 milioni di dollari);donazione che, come riportato nel bestseller dello scrittore americano “The Price of Admissions”, è stata elargita anche alla Cornell University e a Princeton, nello stesso periodo.
La vita di Jared ha subìto una svolta decisiva nel 2008 quando, mentre stava conseguendo un Master in Legge alla New York University (altro istituto che ha ricevuto dai Kushner un’elargizione pari a 3 milioni di euro), suo padre è stato arrestato per evasione fiscale, offerte illecite, e per aver ricattato la propria sorella.
Charles Kushner, indagato dal procuratore generale Chris Christie che lo avrebbe poi fatto condannare a due anni di prigione, sentendosi braccato ricattò la sorella più giovane, Ester Schulder, perché riteneva che insieme a suo marito stesse collaborando con le autorità giudiziarie per “incastrarlo”.
Lo squalo del settore immobiliare USA pagò una prostituta 10.000 dollari per adescare il marito della sorella; fece filmare a sua insaputa il rapporto e lo spedì a casa Schulder come minaccia e avvertimento.
Da quel momento in poi sarebbe toccato a Jared Kushner, allora ventisettenne,prendere in mano le redini della “Kushner Companies”.
È da quando ricoprì il ruolo di CEO (amministratore delegato; ndt) nell’azienda di famiglia che il genero di Trump cominciò a stringere rapporti con i personaggi più potenti degli Stati Uniti, partendo dai membri dell’establishment che suo padre già finanziava (motivo per cui sarebbe stato poi perseguito), fino ad arrivare a governatori, banchieri e al magnate dei media Rupert Murdoch, col quale sta ora cercando di ricucire lo strappo avuto con il suocero, dopo le accuse mosse da quest’ultimo a Fox News.
Jared Kushner è riuscito a passare da semplice “spin doctor dei social” (promotore politico) del suocero a suo consigliere più stretto. Se Lewandoski, Micheal Flynn ed ora Bannon (con ogni probabilità; cfr. QUI) sono fuori dall’amministrazione Trump, è a seguito dei consigli, manifestati sotto forma di forti pressioni, dal genero del presidente.
È lo stesso Bannon che ora accusa Kushner e il tenente McMaster, subentrato a Flynn sempre su consiglio del marito di Ivanka, di star ridimensionando l’amministrazione prestabilita. Al di là dei recenti cambiamenti dei funzionari di governo, è assai plausibile che sentiremo parlare di Kushner, in futuro, nell’ambito della politica estera.
Come già accennato, è lui che tiene in mano i dossier più importanti in campo internazionale: ha partecipato a tutti gli incontri più importanti con i capi di stato incontrati da Trump; fa parte del Consiglio di Sicurezza e, di fatto, è uno degli uomini più vicini al presidente.
Ma Jared, che è stato ormai indicato da alcuni come l’eminenza grigia che gioca nell’ombra da infiltrato dell’establishment nello Studio Ovale, verrà allo scoperto quando si saranno calmate le acque. Una volta completato il processo di ridimensionamento degli uomini del cerchio magico di Trump, egli giocherà un ruolo cruciale nella disputa tra Israele e Palestina.
Tra l’altro, la famiglia di Kushner conosce il premier israeliano Netanyahu da moltissimo tempo. Più testate hanno raccontato che quando Jared era solo un adolescente dovette cedere il suo letto all’amico di famiglia “Bibi”, andando a dormire sul divano.
Durante il primo incontro ufficiale tra Donald Trump e quest’ultimo, è stato lo stesso leader israeliano (ex Mossad) che, sorridendo, ha ricordato al presidente di conoscere Jared “da quando era bambino.”
E sempre in quell’occasione, Trump ha esagerato nella smania di raccontare… ma c’era qualcosa di diverso… Sembrava davvero che avesse in mente qualcosa…
Disse: “Con Netanyahu stiamo pensando ad una soluzione per il conflitto israelo-palestinese così buona (so good) che molti dei presenti non la capirebbero.”
D’altronde, è necessario ricordare la visita che nel 1990 il giovane Netanyahu (aveva 41 anni) fece al Rabbi Schneerson, sopra menzionato, per avere un quadro preciso dello scenario di cui si parla, chiudendo così il cerchio sull’interventismo occulto del movimento Chabad Lubavitch tramite la pressione su Jared Kushner, per far precipitare il mondo nella Terza Guerra Mondiale.
Ecco il video dell’incontro e la trascrizione di ciò che venne detto in quell’occasione.
Dopo lo scambio di convenevoli, Netanyahu rivolto al Rabbi dice:
“Vengo a domandare la vostra benedizione e il vostro aiuto in tutti i campi politici e personali.”
Il Rabbi Schneerson risponde:
“Dall’ultima volta che ci siamo incontrati molte cose sono progredite. Tuttavia, quello che non è ancora accaduto è l’avvento del Messia… Perciò, fate qualcosa per accelerare la Sua Venuta…”
Netanyahu replica:
“Lo stiamo facendo, lo stiamo facendo…”
E il Rabbi:
“Da quel che appare non è sufficiente, perché molto tempo è trascorso fino ad oggi e non è successo nulla, ma resta ancora un po’ di margine… allora provate di nuovo… Tu sai che i Chassidim sono accurati nel compiere ogni cosa nella gioia… Ti auguro buone nuove e successo.”
Questo è ciò che da tempo immemorabile sperano gli ebrei ultra-ortodossi Chabad Lubavitchers… e adesso, come da un cappello a cilindro, ecco spuntare questo rampollo dell’Oligarchia, che sta influendo drasticamente (insieme a sua moglie Ivanka) sul recente cambio di rotta del suocero, sia in politica estera che nella sua precedente scelta dei funzionari di governo.(Cfr. QUI).
Jared è stato nominato senior adviser (consigliere anziano), ruolo che gli ha permesso di presenziare a tutti gli incontri più rilevanti nell’agenda del presidente e, in pratica, nonostante la mancanza d’esperienza e di credenziali politico-diplomatiche, è lui che tiene in mano i dossier su Israele, Cina, Canada e Messico.
Senza contare che il 4 aprile è stato sempre lui a recarsi in Iraq per consultarsi con le truppe sul territorio, quando la norma vuole che sia il segretario di stato, in questo caso Rex Tillerson, a portare a termine questo genere di impegni.
Conclusione
Da quanto emerge, possiamo dire che gli eventi si stanno dipanando sul teatro del mondo in sintonia perfetta con le predizioni apocalittiche passate e moderne, con un ritmo così incalzante da rimanerne sbalorditi! (Cfr. QUI, QUI e QUI).
Ma l’incognita maggiore, abbinata al «Falso Profeta» Bergoglio (la Bestia che sale dalla Terra) e a Trump (la Bestia che sale dal Mare) è proprio l’avvento dell’Anticristo che riuscirà, come è scritto, a portare la «Pace e la Sicurezza» a tutte le nazioni e a far erigere il Terzo Tempio a Gerusalemme, dove si proclamerà Messia, l’Unto di Dio, prima che tutto gli precipiti addosso!
Che sia proprio Jared Kushner, l’ultraortodosso genero ebreo di Donald Trump, il nefasto personaggio, visto che 10 anni fa la sua famiglia ha voluto acquistare, letteralmente a qualsiasi costo (alla cifra record di 1,8 miliardi di dollari), un grattacielo proprio al numero 666 della famosissima Fifth Avenue di Manhattan? (Cfr. QUI e QUI, dove ne parla anche Fulford).
Mah! Staremo a vedere…
Traduzione, rapporto, adattamento e cura: Sebirblu.blogspot.it
Fonte: henrymakow.com
” : lintellettualedissidente.it (estratti)
Pubblicato da Sebirblu
Dalla guerra di Suez all’attenzione di Bascapé: l’ombra di Israele sul “caso Mattei”
Claudio Moffa •
“In relazione alle notizie recentemente diffuse da agenzie di stampa e pubblicazioni petrolifere relative a presunti rapporti dell’ENI con Israele, desideroso assicurare l’Eccellenza Vostra che tali voci sono completamente senza fondamento e di natura tendenziosa e che l’ENI non ha rapporti con Israele e non intende averne sotto alcun aspetto”.
Ing. Enrico Mattei
(12 ottobre 1961, lettera all’ambasciatore della RAU in Italia)
Nella vicenda Mattei – una storia complessa nella quale si intrecciano diversi aspetti importanti nazionali (la mafia) e internazionali (dalle Sette sorelle ai rapporti fra ENI e URSS) – emergono con forza anche quello che è definibile come il “fattore arabo”. Una chiave di lettura che può portare – se ben utilizzata – nuovi elementi di riflessione sulla storia conflittuale dell’ENI e del suo presidente sia per quel che riguarda la sua evoluzione sia, forse, per il tragico attentato del 1962.
Il decennio di Mattei si sviluppa in effetti, dalla fondazione dell’ENI all’attentato di Bascapé, non solo nel quadro del confronto Est-Ovest o di un’Italia che (ri)scopriva la pesantezza del fenomeno mafioso nella vita politica nazionale, ma anche sotto il segno della decolonizzazione, una grande stagione storica caratterizzata per quel che riguarda il discorso qui affrontato, da due aspetti importanti: da una parte l’incipiente questione del neocolonialismo secondo la definizione di Nkrumah – il colonialismo economico che sopravvive a quello politico-militare: una denuncia che, fatta propria al di là del linguaggio utilizzato anche da Mattei 1, trova una prima concretizzazione nella fondazione dell’OPEC del 1960; e dall’altra, solo in parte connesso a questo contenzioso economico che puro riguardava soprattutto il Medio Oriente, il “rifiuto” arabo di Israele, come da titolo di un classico di Maxime Rodinson 2: un conflitto ruotante attorno alla questione palestinese e di cui la guerra di Suez contro l’Egitto di Nasser avrebbe fatto intravvedere già allora – nel ’56-’57 – i rischi di una sua permanentizzazione
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Il presidente Kennedy fece di tutto per fermare la costruzione delle bombe nucleari israeliane ma molti uomini degli apparati intorno a lui e della Cia lavoravano per Israele.
Preoccupato per il potenziale delle armi nucleari, John F. Kennedy spinse per l’ispezione degli impianti nucleari israeliani
Il presidente Kennedy fece di tutto per fermare la costruzione delle bombe nucleari israeliane ma molti uomini degli apparati intorno a lui e della Cia lavoravano per Israele, come si evince dai documenti rilasciati dall’Archivio della Sicurezza Nazionale
John F. Kennedy era un membro del Congresso quando incontrò per la prima volta il Primo Ministro David Ben-Gurion nel 1951. In questa fotografia scattata a casa di Ben-Gurion, Franklin D. Roosevelt, Jr., allora membro del Congresso di New York, sedeva tra loro. (Immagine da Geopolitiek in Perspectief)
KENNEDY/BEN GURION 1963 = TRUMP/NETANYAHU 2025?
Gli ispettori della Commissione per l’energia atomica hanno dato a Dimona un certificato di buona salute – due volte – dopo aver deliberatamente interrotto i tour, ma l’intelligence statunitense è rimasta sospettosa.
L’ispezione di Dimona da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica era “il nostro obiettivo”, secondo il Dipartimento di Stato.
Washington, DC, 21 aprile 2016 – Il presidente John F Kennedy temeva che il programma nucleare di Israele rappresentasse un rischio di proliferazione potenzialmente serio e insistette affinché Israele consentisse ispezioni periodiche per mitigare il pericolo, secondo documenti declassificati pubblicati oggi dal National Security Archive, dal Nuclear Proliferation International History Projecte dal James Martin Center for Nonproliferation Studies. Kennedy fece pressione sul governo del primo ministro David Ben-Gurion affinché impedisse un programma nucleare militare, in particolare dopo che visite organizzate alla struttura di Dimona per scienziati del governo statunitense nel 1961 e nel 1962 sollevarono sospetti all’interno dell’intelligence statunitense che Israele potesse nascondere i suoi obiettivi nucleari sottostanti. L’obiettivo a lungo termine di Kennedy, come mostrano i documenti, era quello di ampliare e istituzionalizzare le ispezioni di Dimona da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Il 30 maggio 1961, Kennedy incontrò Ben-Gurion a Manhattan per discutere delle relazioni bilaterali e delle questioni del Medio Oriente. Tuttavia, un argomento centrale (e in effetti il primo) del loro incontro fu il programma nucleare israeliano, di cui il presidente Kennedy era più preoccupato. Secondo una bozza del verbale della loro discussione, che non è mai stata citata e che viene pubblicata qui per la prima volta, Ben-Gurion parlò “rapidamente e a bassa voce” e “alcune parole furono saltate”. Sottolineò la natura pacifica e orientata allo sviluppo economico del progetto nucleare israeliano. Tuttavia, il verbalizzatore, il sottosegretario di Stato Philips Talbot, credeva di aver sentito Ben-Gurion menzionare un impianto “pilota” per elaborare il plutonio per “l’energia atomica” e anche dire che “non c’è intenzione di sviluppare capacità di armamento ora”. Ben-Gurion riconobbe tacitamente che il reattore di Dimona aveva un potenziale militare, o almeno così Talbot credeva di aver sentito. La versione finale statunitense del memorandum mantenne la frase sul plutonio ma non incluse il linguaggio riguardante un impianto “pilota” e la “capacità bellica”.
Le differenze tra le due versioni suggeriscono la difficoltà di preparare resoconti accurati degli incontri. Ma qualunque cosa Ben-Gurion abbia effettivamente detto, il presidente Kennedy non è mai stato del tutto soddisfatto dell’insistenza sul fatto che Dimona fosse un progetto strettamente pacifico. E nemmeno i professionisti dell’intelligence statunitense. Una Stima dell’intelligence nazionale su Israele recentemente declassificata, preparata diversi mesi dopo l’incontro e pubblicata qui per la prima volta, ha concluso che “Israele potrebbe aver deciso di intraprendere un programma di armi nucleari. Come minimo, crediamo che abbia deciso di sviluppare le sue strutture nucleari in modo tale da essere in grado di sviluppare armi nucleari prontamente, qualora decidesse di farlo”. Questo è IL NIE, l’unico in cui la discussione su Dimona è stata declassificata nella sua interezza.
Documenti declassificati rivelano che più di ogni altro presidente americano, John F. Kennedy era personalmente impegnato nel problema del programma nucleare di Israele; potrebbe anche esserne stato più preoccupato di tutti i suoi successori. Di tutti i leader americani nell’era nucleare, Kennedy era il presidente della non proliferazione. La proliferazione nucleare era il suo “incubo privato”, come una volta ha osservato Glenn Seaborg, il suo presidente della Commissione per l’energia atomica. Kennedy arrivò in carica con la convinzione che la diffusione delle armi nucleari avrebbe reso il mondo un posto molto più pericoloso; vedeva la proliferazione come la strada verso una guerra nucleare globale. Questa preoccupazione plasmò la sua visione della Guerra fredda anche prima della campagna presidenziale del 1960 – a quel tempo si era già opposto alla ripresa dei test nucleari in gran parte a causa di preoccupazioni sulla proliferazione – e la sua esperienza in carica, in particolare la crisi missilistica cubana, la consolidò ulteriormente.
Questo Electronic Briefing Book (EBB) è la prima di due pubblicazioni che affrontano l’argomento di JFK, della sua amministrazione e del programma nucleare israeliano. Include circa trenta documenti prodotti dal Dipartimento di Stato, dalla Commissione per l’energia atomica e dalle agenzie di intelligence, alcuni dei quali evidenziano il forte interesse personale del presidente e il ruolo diretto nel portare avanti la politica di non proliferazione durante i primi due anni dell’amministrazione. Alcuni dei documenti sono stati declassificati solo di recente, mentre altri sono stati trovati in raccolte di archivio; la maggior parte è pubblicata qui per la prima volta. La raccolta inizia con l’incontro del presidente Kennedy con l’ambasciatore in partenza in Israele Odgen Reid il 31 gennaio 1961, pochi giorni dopo l’insediamento di Kennedy, e si conclude con la revisione interna del Dipartimento di Stato alla fine del 1962 della seconda visita degli Stati Uniti a Dimona.
I documenti pubblicati oggi includono anche:
- Il rapporto recentemente declassificato della Commissione per l’energia atomica sulla prima visita ufficiale degli Stati Uniti al complesso di Dimona, nel maggio 1961. L’incontro Ben-Gurion-Kennedy fu possibile solo dopo che quella visita produsse un rapporto positivo sugli scopi pacifici e non militari del reattore. Secondo la Commissione per l’energia atomica (AEC), Dimona “fu concepita come un mezzo per acquisire esperienza nella costruzione di un impianto nucleare che li avrebbe preparati all’energia nucleare a lungo termine”.
- Una lettera del Dipartimento di Stato all’AEC che chiedeva di porre il famoso scienziato nucleare israeliano Dr. Israel Dostrovsky del Weizman Institute, che era un ricercatore ospite presso il Brookhaven National Laboratory, sotto “sorveglianza discreta” come “misura precauzionale” per salvaguardare il know-how nucleare degli Stati Uniti. Il documento sottolinea la reputazione di Dostrovsky come uno degli individui “principalmente responsabili della guida del programma di energia atomica di Israele”. Nel 1966 Dostrovsky fu nominato dal Primo Ministro Levi Eshkol direttore generale della Commissione per l’energia atomica di Israele, che riorganizzò e diede nuovo impulso.
- Documenti recentemente declassificati di incontri tra Stati Uniti e Regno Unito del 1962 per discutere le possibilità di fare pressione su Israele affinché accettasse le ispezioni di Dimona da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Mentre i funzionari del Dipartimento di Stato non credevano che la pressione avrebbe funzionato, concordavano che “i controlli dell’AIEA avrebbero dovuto essere il nostro obiettivo”. Nel frattempo, “ispezioni ad hoc provvisorie” erano necessarie per soddisfare noi stessi e il mondo in generale sulle intenzioni di Israele”.
- Una valutazione della seconda visita dell’AEC al sito di Dimona nel settembre 1962. Dopo settimane di pressioni diplomatiche da parte dell’amministrazione Kennedy per una seconda visita, due scienziati dell’AEC che avevano ispezionato il reattore Soreq fornito dagli Stati Uniti furono “spontaneamente” invitati per un (tk: Bill, 40 o 45 minuti? Tutti gli altri riferimenti sono a 40.) tour di 45 minuti a Dimona, mentre tornavano da un’escursione al Mar Morto. Non ebbero tempo di vedere l’installazione completa, ma lasciarono il sito con l’impressione che Dimona fosse un reattore di ricerca, non un reattore di produzione. I funzionari della CIA e del Dipartimento di Stato erano scettici sulle circostanze, incapaci di stabilire se l’invito spontaneo fosse un regalo o uno scherzo.
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Kennedy, Dimona e il problema della proliferazione nucleare: 1961-1962
di Avner Cohen e William Burr
Più di ogni altro paese, fu Israele a impressionare maggiormente il presidente Kennedy sulla complessità della proliferazione nucleare. Israele fu il primo caso con cui dovette confrontarsi come presidente. Solo poche settimane prima del suo insediamento, l’amministrazione uscente di Eisenhower scoprì e confermò silenziosamente il reattore segreto di Dimona. A metà dicembre la notizia trapelò mentre l’amministrazione Eisenhower stava riflettendo su una Stima Speciale di Intelligence Nazionale, che affermava che, sulla base delle prove disponibili, “la produzione di plutonio per le armi è almeno uno degli scopi principali di questo sforzo”. Secondo la stima, se si fosse creduto ampiamente che Israele stesse acquisendo una capacità di armi nucleari, ciò avrebbe causato “costernazione” nel mondo arabo, con la colpa rivolta agli Stati Uniti e alla Francia per aver facilitato il progetto. La Repubblica Araba Unita (Egitto/Siria) si sarebbe “sentita la più minacciata”, avrebbe potuto rivolgersi ai sovietici per ottenere più “aiuti militari compensativi e sostegno politico” e il mondo arabo in generale avrebbe potuto essere spinto a intraprendere “azioni concrete” contro gli interessi occidentali nella regione. Inoltre, “l’iniziativa di Israele potrebbe rimuovere alcune delle inibizioni allo sviluppo di armi nucleari in altri paesi del Mondo Libero”.
Il 19 gennaio 1961, alla vigilia del suo insediamento, il presidente eletto Kennedy visitò la Casa Bianca, per l’ultima volta come ospite, insieme al suo team senior. Dopo 45 minuti di conversazione individuale con il presidente Eisenhower, i due uomini si recarono nella Cabinet Room per unirsi ai loro segretari di stato, difesa e tesoro in partenza e in arrivo per discutere della transizione. Una delle prime domande di Kennedy riguardava i paesi più determinati a cercare la bomba. “Israele e India”, ribatté il segretario di stato Christian Herter, e aggiunse che il reattore di Dimona appena scoperto, costruito con l’aiuto della Francia, avrebbe potuto essere in grado di generare 90 chilogrammi di plutonio di grado militare entro il 1963. Herter esortò il nuovo presidente a premere con forza sull’ispezione nel caso di Israele prima che introducesse armi nucleari in Medio Oriente. [1]
Con la sua preoccupazione per la stabilità in Medio Oriente e la minaccia più ampia della proliferazione nucleare, Kennedy prese sul serio il consiglio di Herter. Nel giro di pochi giorni incontrò l’ambasciatore in partenza Reid per discutere di Dimona e di altre questioni regionali. Per aiutarlo a preparare l’incontro, il nuovo Segretario di Stato Dean Rusk fornì un rapporto aggiornato sulle attività nucleari di Israele e una cronologia dettagliata della scoperta di Dimona. Per il resto del mandato di Kennedy, Dimona sarebbe rimasta una questione di particolare e personale preoccupazione per lui e per i suoi stretti consiglieri.
L’evento più importante trattato in questa raccolta fu il “summit nucleare” tenutosi all’hotel Waldorf Astoria di New York City il 30 maggio 1961, tra Kennedy e Ben-Gurion. Lo chiamiamo summit nucleare perché Dimona era al centro di quell’incontro. L’incontro fu reso possibile grazie a un rapporto rassicurante sulla prima visita americana a Dimona, avvenuta dieci giorni prima.
Kennedy aveva fatto pressioni instancabili su Ben-Gurion affinché consentisse la visita sin dal suo insediamento, insistendo sul fatto che soddisfare la richiesta, inizialmente avanzata dall’amministrazione Eisenhower dopo la scoperta di Dimona, era una condizione per la normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Israele. In un certo senso, Kennedy trasformò la questione in un ultimatum di fatto a Israele. Per settimane Ben-Gurion temporeggiò, forse persino fabbricando o almeno amplificando una disputa politica interna (quella che in Israele era nota come Affare Lavon) in una dimissione del governo, principalmente come stratagemma per ritardare o rimandare quella visita a Dimona.
Nell’aprile del 1961, dopo che era stato organizzato un nuovo governo, l’ambasciatore israeliano Avram Harman disse finalmente all’amministrazione che Israele aveva accettato un tour americano a Dimona. Il 20 maggio, due scienziati dell’AEC, UM Staebler e JW Croach Jr., visitarono l’impianto nucleare in un tour attentamente studiato. La visita iniziò con un briefing da parte di un team dirigenziale senior di Dimona, guidato dal direttore generale Manes Pratt, che presentò una motivazione tecnologica e una narrazione storica del progetto: il centro di ricerca nucleare di Dimona, fu detto agli americani, era stato “concepito come un mezzo per acquisire esperienza nella costruzione di un impianto nucleare che li avrebbe preparati (Israele) all’energia nucleare a lungo termine”. In sostanza, secondo Pratt, si trattava di un progetto pacifico. Come spiegava chiaramente il rapporto riassuntivo del team americano, evidenziato in un memorandum al Consigliere per la Sicurezza Nazionale McGeorge Bundy, il team dell’AEC riteneva che gli israeliani avessero detto loro la verità: gli scienziati erano “soddisfatti del fatto che nulla fosse stato loro nascosto e che il reattore fosse della portata e del carattere pacifico precedentemente descritti agli Stati Uniti dai rappresentanti del Governo di Israele”.
Il rapporto ufficiale del team dell’AEC (documento 8A) è ora disponibile per la prima volta. In precedenza, solo le bozze di note scritte dal leader del team erano accessibili ai ricercatori. Le differenze tra le due versioni sono minime, fatta eccezione per un paragrafo degno di nota nel rapporto finale, sotto il titolo “Commento generale”. Quel paragrafo è importante perché rivela che gli ospiti israeliani hanno detto al team dell’AEC che la potenza del reattore avrebbe probabilmente raddoppiato in futuro. “È abbastanza verosimile che dopo aver ottenuto esperienza operativa, il livello di potenza del reattore possa essere stato aumentato di un fattore dell’ordine di due tramite alcune modifiche nella progettazione e l’allentamento di alcune condizioni operative”. Il team dell’AEC avrebbe potuto vedere quel riconoscimento come un campanello d’allarme, un’indicazione preoccupante che il reattore era in grado di produrre molto più plutonio di quanto fosse stato riconosciuto allora. Ma la risposta in una frase del team è stata benigna: “Un conservatorismo progettuale di questo ordine è comprensibile per un progetto di questo tipo”. Sulla base di un rapporto così positivo, l’incontro del Waldorf Astoria è stato in grado di andare avanti.
L’incontro Kennedy-Ben-Gurion
Questa raccolta include sia le trascrizioni americane che quelle israeliane dell’incontro al Waldorf Astoria. Una delle trascrizioni è una bozza precedentemente sconosciuta del memorandum Kennedy-Ben-Gurion, che presenta interessanti differenze rispetto alla versione finale. Il memorandum ufficiale della conversazione degli Stati Uniti, declassificato e pubblicato negli anni ’90, è stato preparato dal sottosegretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente e dell’Asia meridionale Phillips Talbot (e approvato, forse corretto, dal vice consigliere speciale della Casa Bianca Myer “Mike” Feldman). I verbali israeliani, preparati dall’ambasciatore Avraham Harman, sono stati anch’essi declassificati negli anni ’90 e gli storici ne hanno fatto ampio uso. [2]
Ben-Gurion fornì a Kennedy una spiegazione e una narrazione del progetto Dimona che erano molto simili a quelle fornite dagli ospiti israeliani al team AEC in visita a Dimona (anche se in termini non tecnici e più politici): il progetto Dimona era di natura pacifica; riguardava energia e sviluppo. Tuttavia, a differenza della visita a Dimona, la narrazione e la logica di Ben-Gurion lasciavano un piccolo margine di manovra per un futuro cambio di rotta. Il primo ministro lo fece qualificando la sua promessa pacifica e lasciando spazio a un futuro cambio di idea. La trascrizione israeliana rende l’avvertenza di Ben-Gurion così pronunciata: “per il momento, gli unici scopi sono la pace. … Ma vedremo cosa accadrà in Medio Oriente. Non dipende da noi” (corsivo aggiunto). La trascrizione americana, riformulando Ben-Gurion, rivela anche un avvertimento simile: “Il nostro scopo principale – e per il momento – unico è questo (energia a basso costo, ecc.)”, ha detto il Primo Ministro, aggiungendo che “non sappiamo cosa accadrà in futuro” … Inoltre, commentando le implicazioni politiche e strategiche dell’energia atomica e degli armamenti, il Primo Ministro ha detto di credere che “in dieci o quindici anni gli egiziani presumibilmente potrebbero realizzarlo da soli” (corsivo aggiunto).
Nella sua bozza di verbali, il sottosegretario Talbot nota (tra parentesi) che durante quella parte della conversazione, Ben-Gurion parlò “rapidamente e a bassa voce” così che “alcune parole furono perse”. Tuttavia, Talbot pensò di aver sentito Ben-Gurion fare riferimento a un “impianto pilota per la separazione del plutonio che è necessario per l’energia atomica”, ma che ciò sarebbe potuto accadere “tre o quattro anni dopo” e che “non c’è alcuna intenzione di sviluppare capacità di armamento ora”. La bozza di Talbot è stata declassificata molto tempo fa, ma è stata sepolta nell’oscurità; deve essere presa in considerazione dagli studiosi. In particolare, la trascrizione israeliana è ancora più diretta nel citare Ben-Gurion sulla questione dell’impianto pilota: “dopo tre o quattro anni avremo un impianto pilota per la separazione che è comunque necessario per un reattore di potenza”.
Giorni dopo l’incontro, Talbot si sedette con Feldman alla Casa Bianca per “verificare i dettagli” su “linee secondarie di interesse”. C’era la questione chiave del plutonio, su cui Ben-Gurion borbottò rapidamente a bassa voce. Si capì che Ben-Gurion aveva detto qualcosa del tipo che la questione del plutonio non si sarebbe presentata fino al completamento dell’installazione nel 1964 o giù di lì, e solo allora Israele avrebbe potuto decidere cosa fare riguardo al suo trattamento. Ma questo sembrava incompatibile con quanto il primo ministro aveva detto all’ambasciatore Reid a Tel Aviv nel gennaio 1961, vale a dire che il combustibile esaurito sarebbe tornato al paese che aveva fornito l’uranio in primo luogo (la Francia). Ma l’ufficiale addetto agli affari israeliani, William R. Crawford, che esaminò più a fondo il verbale, suggerì che quanto detto da Ben-Gurion era più ambiguo ed evasivo. A un esame più attento, Ben-Gurion avrebbe potuto voler dire di sfuggita che Israele stava preservando la propria libertà di azione per produrre plutonio per i propri scopi. Kennedy potrebbe non aver colto questo punto, ma lui, come Talbot, potrebbe non essere stato sicuro di cosa avesse detto esattamente Ben-Gurion.
Stima dell’intelligence
Il documento più intrigante e innovativo di questa raccolta è il National Intelligence Estimate 35-61 (documento n. 11a), sotto il titolo “Outlook on Israel”, che è stato declassificato solo nel febbraio 2015. Questo NIE non ha lasciato dubbi sul fatto che le impressioni degli scienziati dell’AEC dalla loro visita a Dimona non hanno avuto alcun impatto sul modo in cui la comunità dell’intelligence ha preso la propria decisione sullo scopo generale di Dimona. Mentre la visita ha chiaramente contribuito ad allentare le tensioni politiche e diplomatiche tra Stati Uniti e Israele su Dimona e ha rimosso, almeno temporaneamente, la questione nucleare come problema dall’agenda bilaterale, non ha cambiato l’opinione dei professionisti dell’intelligence statunitense. Dal loro punto di vista, pur riconoscendo la narrazione ufficiale israeliana di Dimona come pacifica, riguardava veramente la capacità delle armi. Il complesso di Dimona ha fornito a Israele l’esperienza e le risorse “per sviluppare una capacità di produzione di plutonio”. Il NIE 35-61 ha ricordato ai suoi lettori che la Francia aveva fornito “piani, materiali, attrezzature e assistenza tecnica agli israeliani”.
Significativamente, la comunità dell’intelligence stimò nel 1961 che Israele sarebbe stato in grado di “produrre plutonio di grado militare sufficiente per una o due armi grezze all’anno entro il 1965-66, a condizione che fossero disponibili impianti di separazione con una capacità maggiore di quella dell’impianto pilota attualmente in costruzione”. Retrospettivamente, sotto tutti questi aspetti, NIE 35-61 era accurato nelle sue valutazioni e previsioni, sebbene nessuno dalla parte degli Stati Uniti sapesse con certezza quando Israele avrebbe posseduto gli impianti di riprocessamento richiesti. Il linguaggio sugli “impianti di separazione” solleva importanti questioni. Se Israele dovesse produrre armi nucleari, avrebbe bisogno della tecnologia per riprocessare il combustibile esaurito in plutonio. Se e quando l’intelligence statunitense sapesse che Israele aveva iniziato a lavorare su un impianto di separazione segreto e dedicato, più grande di un impianto pilota, presso il complesso di Dimona, deve ancora essere rivelato. Ma se la CIA era a conoscenza di tali piani, potrebbe aver significato che informazioni chiave erano state nascoste agli scienziati dell’AEC che hanno visitato Dimona (o forse erano stati incaricati di localizzare tali impianti). [3]
Probabilmente privi di una conoscenza segreta del pensiero interno del governo israeliano, gli autori del NIE 35-61 potrebbero non aver compreso appieno la profondità della determinazione nucleare di Israele, o almeno, il modus operandi con cui Israele ha proceduto con il suo progetto nucleare. Non potevano essere completamente chiari, sia concettualmente che fattualmente, sulla natura dell’impegno nucleare israeliano, vale a dire, se Dimona fosse un programma di armi dedicato sin dall’inizio, o, in alternativa, se fosse stato istituito come infrastruttura che portava a una capacità di armi in base a una decisione successiva. Come minimo, tuttavia, gli autori del NIE 35-61 ritenevano “che gli israeliani intendano almeno mettersi nella posizione di essere in grado di produrre armi nucleari abbastanza presto dopo una decisione in tal senso”.
Nonostante la mancanza di chiarezza, le conclusioni del NIE erano incompatibili con quanto Ben-Gurion aveva detto a Kennedy sullo scopo generale del progetto Dimona, nonché con quanto aveva detto sulla capacità di produzione di plutonio di Dimona. Analogamente, il NIE era incoerente con il rapporto dell’AEC, i cui autori accettavano la narrazione e la logica israeliana. La conclusione era che già nel 1961 la CIA sapeva, o almeno sospettava, che il resoconto ufficiale israeliano del progetto Dimona, sia da parte del primo ministro che di scienziati israeliani, era una storia di copertura e ingannevole per natura.
La seconda visita
La visita dell’AEC e l’incontro con Ben-Gurion Kennedy contribuirono a schiarire un po’ le idee, ma la visione cauta incarnata nel NIE plasmò la percezione statunitense del progetto Dimona. L’amministrazione Kennedy si convinse che fosse necessario monitorare Dimona, non solo per risolvere le preoccupazioni americane sulla proliferazione nucleare, ma anche per calmare le ansie regionali su una minaccia nucleare israeliana. In questo contesto, gli Stati Uniti non volevano continuare a essere l’unico paese che garantiva la natura pacifica di Dimona ai paesi arabi. Quindi, nei mesi successivi agli incontri, i funzionari del Dipartimento di Stato cercarono di seguire l’interesse del presidente Kennedy nel far visitare l’impianto di Dimona da scienziati di nazioni “neutrali”, come la Svezia. Anche gli inglesi favorirono tali idee ma cercarono la pressione degli Stati Uniti per indurre gli israeliani ad accettare visite di ispezione da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. L’amministrazione Kennedy riteneva che le ispezioni dell’AIEA a Dimona fossero un valido obiettivo a lungo termine, ma riconobbe che una seconda visita da parte di scienziati statunitensi era necessaria se non fosse stato possibile organizzare una visita da parte di paesi neutrali.
I colloqui con gli svedesi non andarono a buon fine; nel giugno del 1962, l’amministrazione Kennedy decise di “assumersi di nuovo la responsabilità”. Il 26 settembre 1962, dopo “richieste ripetute per diversi mesi”, ebbe finalmente luogo una seconda visita americana a Dimona. Fino a poco tempo fa si sapeva poco di quella visita, tranne che l’ambasciatore Walworth Barbour la definì “indebitamente limitata a non più di quarantacinque minuti”.[4]Inoltre, il defunto professore Yuval Ne’eman, all’epoca direttore scientifico del centro di ricerca nucleare Soreq e ospite ufficiale dei visitatori americani dell’AEC, fu citato in Israel and the Bombper sostenere che la visita era un “trucco” deliberato (la parola “trucco” fu usata ma non citata nel libro) da lui ideato ed eseguito per allentare la pressione americana per una seconda visita formale a Dimona. [5]
Questa raccolta include materiale d’archivio che fa luce sulla seconda visita. Il documento chiave è un promemoria, scritto il 27 dicembre 1962, dal vicedirettore del Bureau of Near Eastern Affairs Rodger Davies al vicesegretario Talbot durante la visita di settembre. Era nascosto in bella vista in un supplemento in microfilm alla serie storica del Dipartimento di Stato, Foreign Relations of the United States. Il promemoria raccontava le circostanze improvvisate della visita che si adattavano bene al modo in cui Ne’eman raccontò la storia alla fine degli anni Novanta. Mentre i due scienziati dell’AEC che erano arrivati per ispezionare il piccolo reattore a Soreq, Thomas Haycock e Ulysses Staebler, venivano riportati indietro dal loro tour del Mar Morto, Ne’eman notò che stavano passando dal reattore di Dimona e che avrebbe potuto spontaneamente “organizzare una chiamata con il direttore”. In particolare, Staebler era tra i due scienziati dell’AEC che avevano visitato Dimona nel maggio 1961, quindi deve aver incontrato il direttore Pratt. Si è scoperto che il direttore non era presente, ma gli ingegneri capo hanno fatto loro un giro di 40 minuti del reattore.
Il documento del 27 dicembre rivela che le circostanze di quel tour fecero sentire i visitatori dell’AEC un po’ a disagio, “non certi se fossero ospiti del loro scienziato-ospite o in ispezione”. Non videro l’installazione completa, né entrarono in tutti gli edifici che videro, ma ritennero che ciò che videro confermasse che Dimona era un reattore di ricerca, non un reattore di produzione; e questo, dal loro punto di vista, rese la visita utile e “soddisfacente”. Il promemoria nota anche che agli scienziati dell’AEC fu presentata l’opzione di tornare sul sito per completare la visita la mattina successiva, ma poiché ciò avrebbe costretto a una sosta di quattro giorni, rifiutarono l’offerta.
Secondo Rodger Davies, la natura altamente non convenzionale della visita suscitò sospetti negli uffici di intelligence competenti a Washington. Durante un incontro interagenzia per discutere il valore di intelligence della visita, il “Direttore dell’intelligence” della CIA, probabilmente un riferimento al vicedirettore dell’intelligence Ray Cline, fu citato mentre diceva che “gli obiettivi immediati della visita potrebbero essere stati soddisfatti, ma alcuni requisiti di intelligence di base non lo sono stati”. Fu anche osservato che “c’erano alcune incongruenze tra il primo e il secondo rapporto di ispezione per quanto riguardava gli usi attribuiti ad alcune attrezzature”. Il fatto che gli ispettori fossero stati invitati a visitare di nuovo il giorno successivo sembrava indicare che “non c’era alcun ‘imbroglio’ deliberato da parte degli israeliani”, ma il fatto che una tale visita di ritorno avrebbe causato un ritardo importante nel volo di partenza della squadra rese l’offerta israeliana poco pratica e forse disonesta.
Qualunque fossero i dubbi sul valore dell’intelligence, il Dipartimento di Stato ha utilizzato le conclusioni delle visite per assicurare ai paesi interessati che Dimona era pacifica. Poche settimane dopo, proprio mentre si stava svolgendo la crisi missilistica cubana, il Dipartimento di Stato ha iniziato a informare silenziosamente alcuni governi selezionati sui suoi risultati positivi. I diplomatici statunitensi hanno detto al presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, durante un briefing sulla situazione cubana, che la recente visita confermava le dichiarazioni israeliane sul reattore. Anche a britannici e canadesi sono state dette cose simili sulla “recente breve visita” a Dimona, senza spiegare cosa l’avesse resa così breve. Entro la fine di ottobre, il Dipartimento aveva inviato una dichiarazione più completa a varie ambasciate.
Il memorandum di Davies cita un rapporto formale, datato 12 ottobre 1962, redatto dal team AEC sulla loro visita. Ma il rapporto non era allegato al memorandum trovato nei file del Dipartimento di Stato. Sfortunatamente, fatta eccezione per il rapporto sulla visita del 1961, il Dipartimento dell’Energia non è stato in grado di reperire il rapporto del 1962 o altri rapporti simili degli anni successivi.
I documenti
Documenti 1A-B: Briefing del Presidente Kennedy
Documento 1A: Segretario di Stato Rusk al Presidente Kennedy, “Il tuo appuntamento con Ogden R. Reid, recentemente ambasciatore in Israele”, 30 gennaio 1961, con memorandum e cronologia allegati, copia segreta e tagliata
Documento 1B: Memorandum di conversazione, “Revisione dell’ambasciatore Reid della sua conversazione con il presidente Kennedy”, 31 gennaio 1961, segreto
Fonte: National Archives College Park, Record Group 59, archivi del Dipartimento di Stato (di seguito RG 59), Bureau of Near Eastern and South Asian Affairs, Office of Near Eastern Affairs (NESA/NEA). Archivi del Direttore, 1960-1963, box 5, Tel Aviv – 1961
Il 31 gennaio 1961, solo pochi giorni dopo il suo insediamento, il presidente Kennedy incontrò Ogden Reid, che si era appena dimesso da ambasciatore statunitense in Israele, per un briefing completo sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele, incluso il problema del reattore nucleare di Dimona (una questione in cui il nuovo presidente aveva un “interesse speciale”). Per aiutare a preparare il presidente all’incontro, il segretario di Stato Dean Rusk firmò un documento informativo, che conteneva anche una cronologia dettagliata della scoperta del reattore di Dimona e che esaminava i problemi sollevati dal progetto atomico segreto, nonché l’interesse degli Stati Uniti nell’inviare scienziati lì per determinare se vi fosse un rischio di proliferazione.
Nel loro incontro durato 45 minuti, l’ambasciatore Reid disse al presidente Kennedy che, secondo lui, gli Stati Uniti “possono accettare per buono l’assicurazione di Ben-Gurion che il reattore sarà destinato a scopi pacifici” e che una visita a Dimona da parte di uno scienziato americano qualificato avrebbe potuto essere organizzata, “se fatta in segreto”.
Documento 2A-E: Richiesta di visita
Documento 2A: Assistente del Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente al Segretario di Stato, “Suggerimento del Presidente riguardo al reattore israeliano”, 2 febbraio 1961, Segreto
Documento 2B: Memorandum di conversazione, “Reattore israeliano”, 3 febbraio 1961, riservato
Documento 2C: Memorandum, Segretario di Stato Rusk per il Presidente, “Reattore israeliano”, 8 febbraio 1961, Segreto
Documento 2D: Memorandum di conversazione, “Ispezione del nuovo reattore atomico di Israele”, 13 febbraio 1961, segreto
Documento 2E: Memorandum di conversazione, “La sicurezza di Israele e altri problemi”, 16 febbraio 1961, segreto
Fonti: A: RG 59, Bureau of Near Eastern and South Asian Affairs. Office of the Country Director for Israel and Arab-Israeli Affairs, Records Relating to Israel, 1964-1966 (di seguito, Israel 1964-1966), box 8, Israel Atomic Energy Program 1961; B: RG 59, Central Decimal Files, 1960-1963 (di seguito DF), 884A.1901/2-361; C: John F. Kennedy Library, Papers of John F. Kennedy. President’s Office Files, box 119, Israel Security, 1961-1963; D: RG 59, DF, 884A.1901/3-1361; D: RG 59, DF, 884A.1901/2-1361; E: RG 59, DF, 784A.5612/2-1661 (disponibile anche in Foreign Relations degli Stati Uniti)
Preoccupato per una recente visita al Cairo del vice ministro degli Esteri sovietico Vladimir Semenov e per la possibilità che i sovietici potessero sfruttare le preoccupazioni egiziane su Dimona, il presidente Kennedy premette sullo Stato affinché organizzasse una visita di ispezione a Dimona da parte di uno scienziato statunitense. Il segretario di Stato aggiunto G. Lewis Jones incontrò presto l’ambasciatore israeliano Harman, che spiegò che il governo israeliano era preoccupato per una crisi politica interna in corso. Il primo ministro Ben-Gurion annunciò le sue dimissioni e la sua intenzione di prendersi una vacanza di quattro settimane pur essendo ancora a capo di un “governo ad interim”. Inoltre, l’ambasciatore Harman non riusciva a capire perché Washington non avesse semplicemente accettato le rassicurazioni di Ben-Gurion su Dimona. Jones rispose che i sospetti rimanevano e che, in quanto “amico intimo”, Israele aveva bisogno di contribuire a dissiparli.
Dopo aver informato Kennedy della conversazione Harman-Jones, il Segretario di Stato Rusk ebbe un suo incontro con Harman, dove sollevò anche l’opportunità di una visita, notando che la “franchezza” israeliana era importante per lo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Durante quella conversazione, così come in un’altra con il consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy, Harman sminuì l’importanza di Dimona, sostenendo che la sua esistenza era trapelata “inutilmente”. Ma Bundy sottolineò la “legittima” preoccupazione araba per il progetto nucleare israeliano. È interessante notare che nei documenti interni americani il riferimento è sempre a un'”ispezione”, ma quando la questione fu discussa con i diplomatici israeliani, i funzionari statunitensi evitarono di sollevare i nervi facendo sempre riferimento a una “visita”.
Documenti 3A-F: Aumentare la pressione per un invito
Documento 3A: Telegramma numero 2242 della Missione degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite (New York) al Dipartimento di Stato, “Solo per gli occhi” da Reid al Segretario, 20 febbraio 1961, Segreto
Documento 3B: Memorandum di conversazione, “Relazioni USA-Israele – Il reattore di Dimona”, 26 febbraio 1961, riservato
Documento 3C: Memorandum del Segretario Rusk al Presidente Kennedy, “Reattore israeliano”, 3 marzo 1961, con promemoria di Jones a Rusk allegato, riservato
Documento 3D: Memorandum di conversazione, “Dimona Reactor,” 13 marzo 1961, segreto